Alfa-fetoproteina in gravidanza: perché va misurata

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Una proteina presente nel plasma dell'embrione e, dal secondo trimestre, in quello materno, che può segnalare eventuali anomalie del feto. Ma attenzione ai falsi positivi

L’alfafetoproteina, anche detta AFP, è una proteina, o più precisamente una glicoproteina, presente nel plasma, che viene prodotta dal feto a livello di fegato, sacco vitellino ed epitelio intestinale. È molto importante misurare i livelli di alfafetoproteina perché, quando questi deviano dalla norma, può segnalare la presenza di importanti disturbi congeniti nel bambino. Generalmente, i livelli di AFP crescono notevolmente durante le prime fasi di sviluppo fetale, fino ad arrivare a poter essere rilevati anche nel sangue materno e nel liquido amniotico, indicativamente tra la quindicesima e la ventesima settimana.

Quali patologie può segnalare #

Livelli di alfafetoproteina inferiori o superiori alla media, come dicevamo, possono segnalare la presenza di malattie congenite, ma è essenziale chiarire che da soli indicano soltanto un sospetto e non possono portare a una diagnosi. In particolare, una concentrazione eccessiva di AFP può segnalare difetti del tubo neuronale, quindi malformazioni del sistema nervoso centrale come la spina bifida. Valori inferiori alla norma, viceversa, possono essere connessi a un’alterazione cromosomica come la trisomia 21, o sindrome di Down. In entrambi i casi, solo un ulteriore accertamento consistente in esame ecografico o amniocentesi può dare una diagnosi effettiva.

Come misurare l’alfafetoproteina #

Generalmente i livelli di alfafetoproteina sono essere misurati nell’ambito del cosiddetto tri-test, un prelievo di sangue che si può eseguire a partire dalla quindicesima settimana di gravidanza. Nel tri-test, oltre alla AFP, vengono controllati anche i valori di estriolo (un estrogeno prodotto dalla placenta) e di gonadotropina (anche detta HGP, è un altro ormone legato al corretto sviluppo del feto). Va ripetuto che il livello di questa proteina nel plasma può essere sì spia di eventuali problemi, ma da solo non è mai risolutivo. Questo non soltanto perché eventuali sospetti vanno confermati da ulteriori accertamenti, ma anche perché ci sono numerose condizioni che possono inquinare i risultati del test, rendendolo di fatto poco attendibile.

Cosa può alterare i risultati del test #

Molti sono i fattori che condizionano l’esito dello screening e che incidono nei valori di alfafetoproteina rilevati dal test, dando luogo soprattutto a falsi positivi. Tra questi segnaliamo il calcolo sbagliato dell’età gestazionale, il fumo di sigaretta, la presenza di gravidanze gemellari, diabete gestazionale, distacco della placenta, neoplasie al fegato o all’utero della madre. Inoltre, i risultati dell’esame vanno interpretati tenendo conto dell’età della gestante, del suo peso e, secondo alcuni studi, dell’appartenenza etnica.

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Di: Marina Nasi / Pubblicato: