Gravidanza e amnesie


La gravidanza è un periodo particolare nella vita di una donna: i cambiamenti fisici, psicologici e ormonali si rincorrono e si combinano tra loro, producendo effetti che si riflettono nei diversi aspetti della vita.

Molte donne sperimentano difficoltà nella concentrazione e nella memoria, soprattutto in aspetti della quotidianità. Non ricordarsi dove si è riposto un mazzo di chiavi e trovarlo dopo ore nel frigorifero, dimenticarsi di dover fare una cosa, non riuscire a farsi venire in mente una semplicissima parola di uso comune: sono tutte piccole amnesie.

L’amnesia è un disturbo della memoria che consiste nell’incapacità di ricordare un’informazione in uno specifico momento. Può essere suddivisa diversamente a seconda della sua durata e delle zone della memoria che va a colpire. Può essere perciò temporanea o permanente, anterograda quando riguarda la formazione di nuovi ricordi o retrograda se intacca quelli passati.

Le cause delle problematiche di memoria in gravidanza non sono del tutto certe e variano da donna a donna. Quello che è certo è che i fattori fisici e psicologici rivestono un ruolo molto importante. Agli inizi, la donna è alle prese con stanchezza mattutina, insonnia e fatica in generale. Con il trascorrere della gravidanza aumentano i pensieri e le azioni in preparazione alla nascita del bambino: essere “distratte” da una nuova vita che sta crescendo dentro di sé non dovrebbe suonare poi così strano.

Per questa particolare condizione è stato coniato il termine “momnesia” (dall’inglese mum , mamma + amnesia) . Ad averlo usato per la prima volta è stata la pediatra Tanya Altman in riferimento alle difficoltà di memoria che le future madri riscontrano dalla ventiseiesima settimana di gravidanza fino ai sei – dodici mesi di vita del bambino.

La neuropsichiatra Dr Luann Brizendine, fondatrice della Women’s and Teen girls’ Mood and Hormone Clinic presso l’Università della California, ha approfondito il tema nel libro “Il cervello femminile” (The female brain) discutendo l’impatto dei cambiamenti biologici e ormonali innescati dalla maternità. Secondo i suoi studi, le difficoltà di focalizzazione e memoria sono dovute a un diverso investimento da parte del cervello, che metterebbe al primo piano la protezione e il monitoraggio del nascituro, lasciando in secondo piano il “superfluo”.

Il ruolo dell’amidgala

L’amigdala è quel gruppo di neuroni, di forma simile a una mandorla, che riveste un ruolo centrale nei processi mnemonici e nelle reazioni emotive come paura, ansia , aggressività. Normalmente l’attività dell’amidgala cresce nelle settimane del terzo trimestre e nei mesi successivi al parto. Questa crescita è funzionale all’aumento della sensibilità verso le necessità del bambino; un “cocktail” di ormoni innesca un circolo virtuoso per cui prendersi cura del nascituro attiva i circuiti cerebrali legati alla ricompensa. Tale meccanismo è evidente ad esempio nelle modalità dolci, affettuose e attente con cui la madre si rivolge al neonato. Non sorprende quindi che nelle donne con danni all’amidgala possano essere più alte le probabilità di una depressione post-partum.

Secondo uno studio inglese gli ormoni possono anche andare a interferire con il funzionamento della memoria spaziale: a ciò sarebbe dovuta la difficoltà a ricordarsi dove sono state riposte le cose. Questo spostamento dell’attenzione avrebbe una spiegazione evolutiva: sarebbe funzionale infatti a un maggior investimento attentivo sul bambino.

Deficit cognitivo? No grazie

Se per alcuni studi è possibile parlare di un vero e proprio “cervello della gravidanza”, altri sembrano disconfermare questa ipotesi, mantenendo attivo il dibattito all’interno della comunità scientifica.

Un gruppo di ricercatori australiani, coordinati dalla Dottoressa Helen Christensen, ha indagato la reale esistenza di un vero e proprio deficit cognitivo dovuto alla gravidanza. La loro ipotesi di partenza è che i precedenti studi non potessero essere completamente affidabili poichè eseguiti su insiemi particolari di donne, cioè volontarie reclutate tra coloro già all’attenzione dei servizi sanitari. Non sarebbero quindi campioni rappresentativi della media; inoltre, come si può affermare la presenza di un deficit cognitivo “da gravidanza” senza avere una misurazione precedente?
Per ovviare a questa distorsione il team della Christensen ha messo a punto uno studio longitudinale, ripetendo cioè più volte nel tempo i test sullo stesso gruppo di donne. La ricerca è iniziata nel 1999, con ulteriori misurazioni nel 2003 e nel 2007 e ha coinvolto circa duecento donne. Come prevedibile, con il passare degli anni alcune erano rimaste incinte, altre erano già diventate madri e altre erano senza figli. Per ciascuna donna erano perciò disponibili dati riferiti sia al periodo dell’eventuale gravidanza che a quello precedente e successivo.

I risultati ottenuti non hanno mostrato la presenza di impatti cognitivi negativi dovuti alla gravidanza. Tuttavia, i ricercatori ci tengono a sottolineare che si potrebbero avere dati ancora più precisi se i test venissero somministrati nello stesso identico momento per ogni donna.

Cosa fare?

Comunemente, non è strano avere qualche dimenticanza quando si è molto stanchi: questo vale sia per gli uomini che per le donne. Allora perché dovrebbe essere strano per una donna solo perché è incinta? Si tratta di una condizione in cui il corpo e la mente sono alla ricerca di un nuovo equilibrio tra tanti cambiamenti in rapida successione. Il primo passo perciò è capire che non c’è nulla di male nel sentirsi poco concentrate e con qualche “buco” di memoria.
Gran parte delle energie fisiche e mentali vengono investite sul bambino perciò è importante amministrarle bene.
Dal punto di vista fisico è consigliabile riuscire a riposarsi e a dormire un adeguato numero di ore, così come seguire un’alimentazione e uno stile di vita sani, rispettando se stesse e il bambino.
Per contrastare la stanchezza mentale può essere utile semplificarsi la quotidianità: utilizzare promemoria scritti per gli appuntamenti, segnarsi su una lavagnetta dove sono state messe le cose, non prendere impegni eccessivi.

Infine, è importante riuscire a chiedere aiuto ai propri cari, imparando a delegare laddove possibile e richiedendo supporto nella gestione della quotidianità. Questo significa anche appoggiarsi a persone positive ed accoglienti, con cui condividere le proprie difficoltà senza sentirsi giudicate.

Se i cali di concentrazione e memoria sono molto frequenti e sono accompagnati da altri sintomi, è bene consultarsi con uno specialista per capire meglio cosa stia succedendo e ricevere un adeguato supporto, così da prevenire l’insorgenza di ulteriori difficoltà che potrebbero incidere sul benessere proprio e del nascituro.

Dott.ssa Caterina Laria

immagine: zeev72 / CC (BY)

Dott.ssa Caterina Laria

Caterina Laria, psicoterapeuta di professione e per passione. Da sempre incuriosita dalle potenzialità dell’animo umano, crede che il bello della vita sia scoprire cose nuove. Nel tempo libero legge, scrive su internet e su carta, ascolta musica rock e coltiva una serie di hobby che non conclude mai. Vive e lavora come libera professionista a Torino.

Articolo aggiornato il: settembre 30, 2016 at 14:19 pm

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