Parto indotto: quando viene praticato, e quali sono i metodi di induzione

L’induzione del travaglio di parto è un intervento fatto per interrompere l’evoluzione della gravidanza quando questa comporta, sia per la donna che per il feto, benefici maggiori e rischi minori rispetto all’attesa che insorga spontaneamente il travaglio.

Il parto indotto

Il parto indotto è una tecnica ostetrica che, quando il bambino tarda ad uscire, o quando sussistono rischi per la sua salute o per la salute della madre, consente di far nascere il bimbo in tempi rapidi:  per esempio, quando la madre ha la pressione alta, o quando il bambino non sta crescendo o non si sta sviluppando in modo adeguato.

In alcuni casi, un travaglio indotto evita di dover far ricorso al taglio cesareo, anche se -occorre dire – non tutti i parti indotti si concludono con un parto vaginale.

Laddove è possibile, l’induzione al parto viene sempre pianificata in anticipo, così che la donna possa discutere prima col medico o con l’ostetrica circa i suoi vantaggi ed i suoi svantaggi, e conoscere anche la loro opinione relativamente al suo caso specifico.

In occasione del parto, allo scopo di far sentire meno dolore, potrebbe venire proposta anche un’anestesia epidurale (anestesia loco-regionale in cui vengono somministrati dei farmaci anestetici), dato che in genere le contrazioni e il travaglio nel caso di un parto indotto possono essere più dolorose di quelle di un parto naturale.

parto indotto

Quando si pratica un parto indotto

Il parto indotto generalmente viene praticato quando ricorrono le seguenti condizioni.

nei casi di una gravidanza oltre termine

La maggior parte delle donne entra spontaneamente in travaglio entro il termine della gravidanza.

La data viene calcolata aggiungendo 40 settimane dalla data di inizio dell’ultima mestruazione oppure viene ricavata attraverso i dati raccolti con l’ecografia di datazione.

Si parla di una gravidanza oltre il termine quando sono passate 42 settimane ed il parto non ha avuto luogo.

In genere s’incomincia a valutare la necessità di un ricovero in ospedale per procedere con l’induzione al parto già alla settimana 41 e 2 giorni.

Infatti quando si supera la data del termine, i rischi collegati alla continuazione della gravidanza sono superiori (sia per la mamma che per il bambino) rispetto a quelli di procedere con l’induzione del parto.

Allo stato, non c’è modo di sapere quali bambini potrebbero avere delle conseguenze da questo ritardo, quindi l’induzione del travaglio viene “offerta” a tutte le donne che non vi entrano da sole, entro la 42esima settimana.

nel caso di una pre-eclampsia

Ma un parto indotto viene anche preso in considerazione nei casi di un cattivo funzionamento della placenta, e nel caso di una  pre-eclampsia che è una malattia tipica delle gravidanza.

in presenza di una oligoidramnios

Il travaglio viene indotto meno frequentemente nel caso di una oligoidramnios – una condizione caratterizzata da una scarsa quantità di liquido amniotico che può porre a rischio il bimbo – oppure nel caso di una rottura anticipata delle acque in assenza di contrazioni.

nei casi di rotture anticipate delle acque

L’induzione può venir praticata anche in caso di rottura anticipata delle acque in assenza di contrazioni.

I modi d’induzione al parto

L’induzione può avvenire per il tramite di appositi farmaci o con metodi non farmacologici, sopratutto meccanici.

farmacologici

Quelli farmacologici consistono nella somministrazione di [2]:

  • di prostaglandine, mediante l’introduzione di candelette vaginali all’interno dell’utero; nonostante a volte questa pratica non scateni l’inizio del travaglio consente l’ammorbidimento di una cervice ancora ben chiusa agevolando la dilatazione con l’impiego dell’ossitocina; [1]
  • di ossitocina, una versione sintetica dell’ormone che da il via alle contrazioni mediante un’iniezione: in pratica l’ossitocina stimola l’attività tonica e fasica del miometrio;
  • di misoprostolo, un farmaco analogo alla prostaglandina; ha il vantaggio di essere somministrabile via diverse vie e di essere economico.

non farmacologici

Tra i metodi non farmacologici invece abbiamo:

  • l’amniorexi: una tecnica che mediante la rottura delle membrane praticata artificialmente provoca un rilascio di prostaglandine, a livello locale;
  • metodi meccanici fra cui introduzione di laminaria nel canale cervicale, l’inserzione intracervicale di un catetere di Foley, e lo scollamento delle membrane, scollamento che provoca un aumento dell’attività della fosfolipasi e prostaglandine (di per sé il fatto di scollare le membrane non sembra produrre dei benefici clinicamente importanti, ma viene utilizzato come coadiuvante ad altri metodi);
  • l’utilizzo dell’olio di ricino;
  • l’agupuntura,
  • la stimolazione manuale del capezzolo: stimolazione che  provoca le contrazioni uterine.

L’induzione viene eseguita nei reparti maternità degli ospedali dalle ostetriche, ma all’occorrenza, se ci sarà bisogno di loro, ci ssaranno a disposizione anche dei medici.

L’induzione del travaglio può richiedere un po’ di tempo.

Ma una volta che il travaglio incomincia, dovrebbe poi procedere in maniera normale. Però potrebbero essere necessarie anche 24-48 ore affinché si inneschi.

Se l’induzione non dovesse funzionare, il medico o l’ostetrica valuteranno le condizioni della donna e quelle del bambino. Verrà eventualmente proposto di provare un’altra induzione o un taglio cesareo.

I possibili rischi di un’induzione al parto

I rischi del parto indotto sono i seguenti,

  • che il bambino sia prematuro, se l’induzione viene particata prima della 39esima settimana di gravidanza;
  • emorragie dopo il parto;
  • anomalie del ritmo cardiaco del bambino (causate dai medicinali eventualmente utilizzati per praticare l’induzione),
  • dover ricorrere ad un taglio cesareo, come abbiamo accennato sopra.